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Numero 14 | Aprile 2023

Tempo di lettura: 6'

Globalizzazione: siamo giunti alla fine?

 

"Panta rei… tutto muta, la stabilità è illusione."

– Eraclito

Negli ultimi anni, il termine “globalizzazione” è entrato nel parlare comune per identificare un periodo di grandi cambiamenti, caratterizzato da: prosperità diffusa, bassa inflazione e contenute tensioni internazionali. Oggi questo mondo non esiste più: la pandemia, le tendenze protezionistiche e le tensioni geopolitiche hanno scompaginato il quadro generale. Riprende il “confronto” tra due idee di società agli antipodi tra di loro.

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Cina e WTO: la speranza di un vantaggio comune

L’11 dicembre 2001 la Cina faceva il suo ingresso nel WTO, partendo dalla consapevolezza del vantaggio comune che il libero commercio tra nazioni comporta. Si era fiduciosi che l’apertura al “mercato” di un miliardo di nuovi consumatori/lavoratori, con la specializzazione produttiva che ne sarebbe seguita, avrebbe portato un aumento del reddito pro-capite globale.

Sotto l’aspetto politico maturava la speranza tra le democrazie che l’apertura commerciale avrebbe anticipato e favorito in Cina un ammorbidimento della configurazione di Stato. Le attese erano per una struttura di Stato meno autoritaria e con una maggiore tutela dei diritti civili

Le speranze di un passaggio da un sistema politico autocratico ad una forma democratica, non sono solo state deluse, ma la crisi che oggi coinvolge un occidente confuso ha portato paradossalmente a guardare con interesse al modello socio-economico cinese come possibile formula vincente da cui trarre insegnamenti.

I quattro aspetti della globalizzazione

La globalizzazione ha accentuato quattro aspetti della realtà sociale - il commercio, gli investimenti di capitale, la migrazione e la diffusione della conoscenza - che si sono declinati in: 

  1. Delocalizzazione
  2. Sviluppo del commercio
  3. Accelerazione tecnologica. 

A favorire il processo, l’ampia offerta di manodopera a basso costo, traslatasi in una concorrenza crescente/eccessiva e spesso non etica sul mercato del lavoro. Gran parte del vantaggio derivante si è inizialmente equamente ripartito tra le corporation mondiali (accelerazione dei profitti) e la middle class dei Paesi Sviluppati (riduzione dei tassi d’inflazione globali).

Successivamente, consolidandosi il processo, abbiamo assistito nei paesi di nuova industrializzazione ad un aumento del reddito pro capite, viceversa nei paesi industrializzati si è assistito ad un effetto di compressione. Il reddito da lavoro nei Paesi Sviluppati è progressivamente calato, facendo scivolare la middle class verso un tenore di vita più basso. La differenza sociale si è accentuata, è venuto meno il “sogno” di un miglioramento socio/economico grazie alla voglia di fare e di rischiare. 

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Globalizzazione e risentimento

“Tutto scorre” cambia l’equazione economico/politica: tutto si rimette in gioco. 

Trasferendosi la ricchezza, sono gradualmente aumentati per numero ed intensità i momenti di tensione tra le superpotenze dominanti e le aree ritenute loro “sfera di influenza primaria”. Tale procedere è niente rispetto all’accelerazione distruttiva che ora viviamo. La pandemia prima e la guerra in Ucraina poi hanno messo in discussione le fondamenta dell’ordine mondiale

Il “villaggio globale” non esiste più, siamo tornati alla realtà dei blocchi con implicazioni non positive sia nel campo economico che sullo scacchiere politico/militare. La pace acquisita è a rischio!

Stiamo sperimentando un accelerato cambiamento in campo economico dove l’euforia per i vantaggi della globalizzazione è un po’ scemata. Non solo emergono mal sopiti dubbi, ma rabbia e risentimento serpeggiano sia nei paesi poveri che in quelli ad alto reddito, dove fasce importanti della popolazione oggi si sentono “tagliate fuori”, colpite e non avvantaggiate dalla trasformazione globale. 

Sul piano sociale emerge il fallimento della “politica elitaria”, che mirava ad uniformare il pensiero nel villaggio globale: un modo di pensare “globale” ed uniforme non viene accettato, nonostante il “martellamento mediatico”. Le idee main stream sono “voci nel deserto”, l'élite vuole creare “consenso” ma lo confonde con l’eco della propria voce. Abitudini, cultura, religione, modi di ritrovarsi come individuo nella propria specifica società nazionale non si cambiano anche se viene fornito internet gratis e la pancia ora è piena!

La storia della globalizzazione è un “tira e molla” tra nazioni, ma oggi le comparse (Emerging) ed i protagonisti (Developed) “si guardano negli occhi”.

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Globalizzazione verso una nuova fase

Stiamo assistendo dunque ad una globalizzazione inversa? Pare eccessivo. Piuttosto, stiamo assistendo a una fase che non vede più una parte del mondo come passiva, ma come co-protagonista, con propri obiettivi spesso in “conflitto” con le regole imposte dai “vecchi leader”.

Ma quale evento ha  messo in crisi la globalizzazione ed aperto al confronto?

Se ne dobbiamo immaginare uno, presumibilmente la crisi si concretizza nel momento in cui la Cina si è proposta come produttrice di beni di alta tecnologia: l’offerta di una rete 5G di elevato valore, apriva ad un “avversario” un settore tecnologico strategico. Il Dragone offriva sì un prodotto tecnologico proprio, avanzato e competitivo, ma l’ingresso ufficiale nell’élite tecnologica veniva successivamente percepito come un pericolo subdolo per indebolire “l’avversario” colpendolo in un campo strategico di valenza militare.

Indipendentemente da un supposto/effettivo rischio per la sicurezza dei Paesi coinvolti, tutto cio’ ha indispettito il Dragone, che si è sentito offeso in quanto relegato ad un ruolo minore che lo vede in grado di fornire solo manovalanza grezza a basso costo, ritenendolo incapace di implementare un prodotto tecnologico di alto standing. 

Nella visione confuciana, l’offesa è un atto grave che porta una reazione che non si è limitata alla “alleanza degli offesi”, ma ha visto la Cina reagire come “peso massimo” globale quale è. La risposta potenzialmente devastante, ha colpito il “ventre finanziario molle” di un occidente che ha fatto del suo debito (ormai irredimibile) lo strumento con cui vivere sulle spalle altrui.

La vendita di parte delle riserve cinesi di Treasuries è stato un primo allarme, da prendere molto sul serio per un Paese con un deficit Pil oltre il 100%, un debito privato gravoso e prospettive d’investimento in campi economici e militari che possono essere finanziati solo a debito. 

Stiamo andando verso la deglobalizzazione?

È sul campo economico/finanziario che si giocheranno la futura struttura della globalizzazione e l’egemonia mondiale. 

Certamente il confronto politico/militare nel Mar della Cina e la potenziale crisi di Taiwan sono eventi distruttivi e di confronto, ma sono così estremi che si spera che il comune desiderio umano di sopravvivenza allontani, superi ed accantoni la follia della “guerra giusta” con secondari “effetti collaterali”.

Tralasciando il rischio “fine del mondo”, è sulla moneta statunitense e sul suo predominio mondiale che si giocherà il destino della società post globalizzazione.

Un nuovo regime valutario sostituirà quello del dollaro e ridimensionerà l’esorbitante privilegio di essere valuta di riserva globale? 

Le nubi per il dollaro si addensano, il legame con il petrolio (petrodollari) si incrina. Nel dicembre ‘22 Cina e Arabia Saudita hanno condotto la loro prima transazione in valuta cinese. Presto anche Paesi del Sud America seguiranno e utilizzeranno la valuta cinese per regolare i rapporti con un Paese per loro da tempo assunto al ruolo di superpotenza.

Intanto, mentre si intrecciano legami economici cresce l’influenza politica cinese, che favorisce l’avvicinamento tra Paesi arabi antagonisti, mentre la nuova amicizia con Russia ed India ne incrementa prestigio e peso politico. Proprio con questi due giganti mondiali e con i potenziali satelliti mediorientali potrebbe avviarsi un sistema valutario alternativo al dollaro. Una moneta espressione di un’area asiatica contrapposta a quella occidentale, questa è la vera ed attuale sfida post globalizzazione. Tale valuta potrebbe in un primo tempo essere garantita da asset reali, ma a tendere troverebbe la forza dal contesto politico, economico militare che si verrebbe a creare intorno al polo cinese, soprattutto se nuovi ingressi di peso (Brasile) scegliessero tale opzione.

Dal confronto nasceranno nuove aree di mutua collaborazione che potrebbero addirittura sfociare in un’inusuale ed ora impensabile alleanza militare.

Per ora si sta preparando il guanto di sfida, ma è innegabile che una valuta espressione dell’altra metà del mondo per chi investe non potrà essere “fuori” dal perimetro degli investimenti, fatto salvo imposizioni governative che superino la visione privata e ne limitino/vietino l’investimento.

La globalizzazione ha avviato un percorso di trasformazione che la porterà ad essere riorientata, cambierà la dinamica degli scambi internazionali di merce e denaro. Si apre l’ipotesi di “nuova riglobalizzazione”.

Sullo sfondo restano i rischi interni (scontro sociale) ed esterni (conflitto armato) che questa nuova fase potenzialmente porta con sé. Si intravede un mondo polarizzato tra Stati Uniti e Cina (affiancati da stati vassallo). Tuttavia, anche questo step potrebbe essere superato, molte economie emergenti si stanno infatti avvicinando ai leader. Forse spingendoci più in là non tenderemo più a un mondo bipolare, ma ripartito in diversi poli locali. Ci attendono tempi interessanti ma pericolosi e mercati dove l’opportunità si affiancherà ad una volatilità crescente.

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